Il Triste


“Ciao a tutti, sono Zoe, e non bevo da tre settimane”. Mi sto esercitando per quando entrerò in un gruppo di recupero alcolisti. Perché ci entrerò, certo. Giusto il tempo di diventare un’alcolizzata, quindi un mesetto. Il motivo di tanto ottimismo? Lui! Il mio ultimo sbaglio, il mio rimpianto continuo: il Triste. Non voglio chiamarlo con il suo nome, perché quello con cui ho a che fare ora è solo uno di una stirpe, un esemplare singolo di una specie enorme, maledetta e subdola. Sicuramente anche voi lo avete incontrato nella vostra vita, tra i vostri amici, o peggio tra i vostri partner. Alcuni si riconoscono subito, e si fa in tempo ad evitarli, ma altri sembrano innocui, un po’ malinconici ma socievoli. Solo dopo, solo quando è tardi, solo quando non hai più scampo ti accorgi che in realtà sono Tristi, e tu sei finita nella loro rete. Voglio raccontarvi la mia tragedia, sperando che almeno voi possiate evitare la mia fine. Il mio Triste è un amico che conosco fin dal liceo. Ci eravamo persi di vista ma poi arriva un evento inatteso: una grande rimpatriata dopo una decina di anni. Che gioia, che emozione. No, dico davvero. Una volta tanto non sono sarcastica. Una volta tanto sono davvero felice. È stato bello rivedere dopo tanto tempo persone con cui ho condiviso molto, e guardare come sono cambiate le cose, come è cambiata la nostra vita, il nostro aspetto. Ma soprattutto scoprire come, nonostante l’età, nonostante qualcuno si sia fatto una famiglia, nonostante l’impostazione che a volte il lavoro impone, certe cose siano rimaste uguali: Vania è ancora vanesia e drogata di moda, ma meno supponente; Luca, nonostante l’aria da intellettuale, spara ancora cretinate come non ci fosse un domani; Elena continua ad andare in paranoia per tutto, e… lui è ancora Triste. Aria dimessa, sguardo malinconico, poche parole. Parla poco e malvolentieri della sua vita, di quello che fa, e io rispetto la sua riservatezza. Anche perché è una festa, e l’abbiamo aspettata dieci anni: per la tristezza abbiamo tutto il tempo. Questo pensavo e ancora non sapevo quanto avrei avuto ragione.
Il giorno dopo continuiamo allegramente su whatsapp a tirare fuori dal polveroso baule del tempo ricordi e aneddoti, e a scoprire retroscena che all’epoca non immaginavo. Ma una persona partecipa poco e tiepidamente: lui. In un impeto di slancio crocerossino lo chiamo per sapere come sta.
«Eh, insomma. Si va avanti.»
Allora, sappiatelo e tenetelo sempre e per sempre a mente: se alla domanda “Come stai?” vi rispondono “Eh, insomma. Si va avanti.” chiudete la telefonata il prima possibile. Altrimenti sarete travolti da uno tsunami di pessimismo e disfattismo che in confronto Leopardi sembra un cabarettista di punta di Zelig. Se invece siete voi a dare questa risposta, cambiatela, o ci sono buone possibilità di entrare nel non esclusivo club dei reietti sociali.
Io questa regola d’oro non la conoscevo, e quindi alla sua risposta desolante replico con un «Cosa succede? Qualcosa non va?»
«Qualcosa? Sarebbe lunga da spiegare.»
Uno normalmente pensa che la frase “Sarebbe lunga da spiegare” sottintenda che la spiegazione non ci sarà perché, appunto, lunga e noiosa, o troppo complessa, o quello che vi pare, ma in ogni caso non ci sarà, giusto? E invece no! È solo un avvertimento, un preavviso: guarda, la situazione è lunga da spiegare, quindi prenditi tre, quattro ore perché adesso te la rovescio addosso senza filtri e senza censure. Comincia così un dialogo surreale per me. O meglio un monologo in cui ho qualche sprazzo per un brevissimo commento. Il Triste mi racconta la sua vita da incompreso: gli amici uno alla volta lo hanno abbandonato. Le ragazze di punto in bianco non lo filano più. A lavoro non si sente apprezzato. Vorrebbe uscire da casa dei suoi, ma non ha i soldi per vivere da solo. Ha delle passioni ma nessuno con cui condividerle. Delusioni tante, soddisfazioni scarse, fiducia nel prossimo: zero. Ormai si è rassegnato ad essere un lupo solitario, a vivere per se stesso, senza fidarsi mai di nessuno.
Tre ore per questo inno alla gioia. Tre ore della mia vita per questo! A fine chiamata ero seriamente intenzionata ad andare a casa sua e abbatterlo, almeno avrebbe finito di soffrire. Qualche giorno dopo mi contatta su whatsapp, e io gli rispondo. Ok, prima di darmi della cretina, datemi atto che ho voluto concedere il beneficio del dubbio. E poi, dopo tre ore di nichilismo senza redenzione, cos’altro altro poteva dirmi? Nulla. Non mi disse nulla se non che tre giorni dopo sarebbe stato in città e, se mi andava, potevamo prendere qualcosa insieme in un bar. Mi andava. Ero convinta che, spurgato di tutto il suo male di vivere, dentro di lui si nascondesse una persona viva, capace di apprezzare le cose belle della vita. No, davvero, ragazzi: non è possibile essere così negativi e avere quasi trent’anni. Ti suicidi prima. Ma lui era vivo e vegeto, quindi doveva avere un briciolo di amore per la vita, da qualche parte. Questo pensavo e di questo sono ancora convinta. Ma andiamo con ordine: ci troviamo tre giorni dopo in un bar, ordiniamo ed io sto attentissima a non chiedergli “come stai?” perché stavolta non mi voglio far fregare. È lui a domandarmelo. «Bene!» gli rispondo «Oggi è stata una giornata tranquilla. E poi è venerdì! Domani si sta a casa!» Ho un tono solare, squillante, anche troppo, ma voglio fargli capire che sono di buonumore e che gli amputo ambedue gli zebedei se me lo rovina.
«Beh, io non sono tanto felice di stare a casa domani.»
No.
«Non vado da nessuna parte. Non ho amici da incontrare.»
No! Brutto bastardo, non ci provare!
«Sarà uno dei soliti fine settimana di merda. Solo in casa, senza nessuno con cui parlare.»
Continua, e passerai il fine settimana in terapia d’urgenza a fartelo riattaccare!
«Ma che ci trova la gente nel fine settimana? Sono giorni come gli altri.»
«Oddio.» intervengo «Quando sei stato fuori a lavorare tutta la settimana, poterti riposare due giorni sembra un sogno.»
«Eh, per te, forse. Ma per me non cambia nulla. Tanto sono sempre in casa. Lavoro poco…»
E lo immaginavo! Se tu fossi tutto il giorno fuori, la voglia di avvelenare la tua vita e la mia ti sarebbe passata!
«… e poi, a parte il lavoro, anche con le donne non è che vada bene. Cioè, io ci provo, sono gentile, ma loro poi non mi cagano più.»
«Forse dovresti cambiare approccio.» dico. E non sfinirle con la tua storia da libro Cuore! penso. Ma ormai il Triste è partito con la sua scenetta. E vai di storie tristi di ragazze che lo hanno illuso e abbandonato (a suo dire), vai di amici falsi per cui lui ha fatto di tutto e che lo hanno ricambiato voltandogli le spalle (di nuovo, a suo dire). La cosa che maggiormente mi snerva è che parla tanto, tantissimo, ma per frasi smezzate, allusioni, e sottointesi. E poi mi guarda come se aspettasse che dicessi qualcosa, ma so benissimo che la mia opinione non gli interessa. È un Triste: conta solo il suo triste punto di vista sul triste mondo in cui tristemente gli è toccato condurre la sua vita triste. Che tristezza. E mi sto intristendo anche io perché vedo correre i minuti in questa litania senza fine. Voglio tornare a casa! Ma il Triste no. Lui è sempre a casa, e quindi approfitta di ogni uscita disponibile per convincere il suo prossimo a stargli lontano.
Intanto il tempo passa, ma non la sua logorrea. E io combatto con il sonno che mi sta assalendo per quel suo tono monocorde e basso da depresso professionista, ma lotto anche con una profonda e intima rabbia che mi sta salendo. Ma, voglio dire, ti ascolti mentre parli? Ti lamenti di quella che non ti risponde più e hai appena finito di dire che le dicevi di quanto le sue passioni fossero stupide. Quel tuo falso amico non si è più fatto vivo, e subito dopo dici che ti ha cercato ma tu non gli hai risposto. Per forza sei triste! Nel tuo cranio è in corso una guerra civile tra neuroni, sfido che sei tristissimo. Ma è un Triste, e come tutti i Tristi per lui la tristezza non è uno stato d’animo, è una vocazione. Avrebbe occasione di essere felice, potrebbe! Basterebbe un piccolo sforzo ma no! Tutte le sue energie devono essere spese a diffondere il male di vivere ovunque.
Cerco gentilmente di porre fine a quello strazio. Voglio godermi il venerdì, voglio essere felice del fine settimana che comincia. Lui deve avvertire la presenza di questo barlume di ottimismo in me, e vuole dargli la caccia, snidarlo e distruggerlo. Tira fuori antichi (e tristi) ricordi del tempo della scuola, tira fuori rancore e astio mai sopiti, inizia sottilmente, ma neanche troppo, a muovermi accuse di menefreghismo. Io riesco a deflettere ogni attacco, non voglio innescare polemiche. Sono una donna con una missione: salvare il mio venerdì sera.
«Eh, però anche tu stai zitta. Sto parlando solamente io.» dice lui.
«Perché ti sto ascoltando.» rispondo io, sentendo la Zoe rabbiosa urlare per uscire e disintegrarlo.
«Ma non dici nulla. A me piacciono le conversazioni sagaci. Non stupide, eh. Come quelli che ti parlano della loro vita o del lavoro. No, bisogna essere arguti quando si parla, e parlare di argomenti che possano interess…»
«Ti andrebbe di fare sesso con me?» gli chiedo a bruciapelo. Lui non se lo aspetta, evidentemente, e in effetti non è una domanda comune. Almeno da parte mia. Lui borbotta un confuso «Come?!»
«Beh, va bene anche nel solito modo, ma io preferisco cose un po’ più particolari. Nulla di doloroso, tranquillo. Cose tipo giochi di ruolo. Certo non è facile trovare partner in grado di reggere bene la parte. Sai, gli uomini parlano, parlano, parlano ma poi in quel campo… beh, non ne parliamo. Parliamo invece della loro vigliaccheria: sono stata con un tizio che sembrava lo splendido. Sempre sicuro di sé, sempre all’altezza della situazione, tutti erano incapaci eccetto lui. Spaccava monti e attraversava mari, a parole, ma poi è bastato che gli dicessi di avere un leggero ritardo, e addio. Mai più visto né sentito. Ed era solo un ritardo, per fortuna. Niente di più. E lui non è stato certo il peggiore. Vogliamo parlare dell’intellettuale con cui uscivo qualche anno fa? Voglio dire, ma come ti salta in mente, nell’intimità, di farmi una lezione sul significato delle candele nei riti ittiti? Sei veramente fuori! E posso andare avanti per giorni a dirti le delusioni che ho avuto dagli uomini. Guarda, partiamo dall’ultima…»
«Un’altra volta. Devo andare a fare la spesa. Sai, non ho nulla in casa. Del resto stando sempre solo…» dice lui, fermando il mio fiume in piena.
Bel tentativo, penso, ma non torneremo a parlare della tua solitudine. «Lo diceva sempre uno dei miei ex. “Non ho nulla” in casa. E io mi domandavo "Come cazzo fai a non avere nulla in casa?! Ma aspetti che arrivi mammina a farti la spesa? A venticinque anni e rotti?»  Insisto. Non demordo! Stavolta lo massacro io con le mie storie tristi. Inventate, ma tristi. Lui però si svicola e con un poco elegante «Scusa, adesso devo andare. Ci vediamo.» se ne va. Vittoria! Ancora non so come mi sia venuto in mente di bluffare così clamorosamente. Inventare tutte quelle storie di ex, di fantasie erotiche, e spararle a macchinetta con tono acuto, quasi stridulo, e piagnucolante. Un colpo di genio, o un atto disperato, o entrambi. Ma non importa: il Triste se ne è andato, il venerdì sera è salvo e io non dovrò diventare un'alcolista!
Zoe 1 – Triste 0

Zoe

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