Volevo solo stare calma


«Zoe! Non trovo la presentazione!»
«Zoe, hai inviato il report?»
«Perché qui non si apre il file? Zoe? Zoe?!»
A questo punto sicuramente avrete capito una cosa: mi chiamo Zoe.
No, i miei genitori non erano fantasiosi, semplicemente hanno sfogliato il libro dei nomi partendo dal fondo. Da piccola mi piaceva tantissimo il mio nome, era unico: non c’era nessun’altra Zoe in classe a parte me. Con il tempo ha iniziato a piacere anche agli altri perché è breve. Molto breve. Tre lettere, una sola sillaba. Lo hai già pronunciato prima ancora di finire di pensarlo. Soprattutto da quando ho cominciato a lavorare, la brevità del mio nome è stata apprezzatissima: credo di sentirlo pronunciare almeno un centinaio di volte in un giorno. «Zoe, puoi venire?», «Zoe, mi fai un biglietto per Helsinki?», «Zoe, quando abbiamo la call con i danesi?», «Zoe, perché non mi fa scrivere sul documento?».
«Zoe.»
«Zoe!»
«Zoeeeeeeeeeee!»
Ecchecazzo, ma perché non mi hanno chiamato Valentina, Arianna, Gianeleonoralberta?!»
Cioè, a volte vengo chiamata di urgenza perché il capo non trova la penna. Per forza, genio, ce l’hai in mano! Invece alla mia collega non chiedono quasi nulla che non sia strettamente indispensabile. Per forza, si chiama Mariadelaide.
Zoe oggi, Zoe domani, ho raggiunto il limite. Sai, quando si lavora nel design, devi disegnare una sedia e ti accorgi che ti sei dimenticata di metterci le gambe, beh, forse l’idea che il problema ti stia sfuggendo di mano potrebbe anche venirti.
Così mi sono decisa a correre ai ripari. Mission: arginare lo stress!

Fase Uno: googlare, googlare, fortissimamente googlare.
Per giorni ho cercato in rete guide per rilassarsi. E le ho trovate. Eccome se le ho trovate. Il blog “Slow Living Style” mi conferma, in 40 interminabili righe, che lo stress è un problema tristemente comune, soprattutto nella nostra società ipertecnologica e performante, e anche l’OMS ha messo lo stress e il burnout tra le malattie… e bla bla bla. E grazie al ca… Lo so anche io che lo stress è un problema, se no non avrei cercato guide per risolverlo, no?! Dai, andiamo alla soluzione, ai rimedi. Scorro le righe e… “Prima che lo stress diventi ingestibile, care amiche, e che metta a rischio la vostra salute, correte ai ripari: adottate uno stile di vita più rilassato, evitate che il lavoro vi segua ovunque, abbiate cura di voi e vogliatevi bene”.
Ma grazie! Per fortuna che me lo hai detto! Cioè, io sto per scoppiare e il tuo suggerimentone è “non scoppiare”?! E hai aperto un blog per dire una cosa del genere! E magari monetizzi! Ecchec… guarda, da domani apro anche io un blog di consigli, ho già in mente il primo pezzo “L’acqua calda ti scotta? Usa quella fredda. Tutti i benefici di utilizzare l’acqua a temperatura ambiente”.
Per fortuna che altri blog ti offrono soluzioni più concrete: “Molla tutto e parti”, “Vivi viaggiando”, “Datti all’ippica”.
Ma andate a fare in c…
E va bene, continuo la ricerca. Googla googla googla, ecco che finalmente arriva qualcosa di decente: fare piccole pause di tanto in tanto, ampi respiri, fare passeggiate quando possibile, tipo dall’ufficio a casa, o dalla fermata all’ufficio. E attività fisica.
E chi ce l’ha il tempo?!
Cerca e ricerca, scopro mio malgrado quello che già sapevo, e cioè che non ci sono scappatoie facili e veloci, a meno di non drogarsi pesantemente. E quindi o mollo e mi tengo lo stress, aspettando che diventi un gigantesco burnout e che trovi una finestra abbastanza feng shui da cui buttarmi, oppure passo alla fase due: alzare il culo e fare qualcosa.
Alzo il culo e… lo rimetto a sedere quasi subito perché non so minimamente cosa fare!
Certo, se smettessi di guardare su Aliexpress dei bikini assurdi che non metterei mai, forse potrei essere più costruttiva. Chiudo allora le otto schermate che, nel cazzeggio, avevo aperto e… aspetta un po’: “corso di rilassamento e respiro consapevole”. A cinque minuti in macchina da casa mia. Prime tre lezioni gratuite. Bingo! Il destino una volta tanto mi sorride benevolo. Decido di approfittare e il mercoledì dopo mi presento con una tuta tipo Flashdance, pronta a scalare le vette della consapevolezza e soprattutto a tenere a bada le incazzature che mi divorano.
Già l’ambiente mi aggrada: una sala prove per lezioni di ballo, con specchi, la sbarra alle pareti. Ah, mi ricorda qualche anno fa, quando ancora facevo danza. Non mi metto a piangere per dignità, ma vorrei tanto farlo. Vabbè, non ci pensiamo. Socializzo un po’ con gli altri allievi. Uno di loro mi trova simpatica, o meglio trova simpatico il mio culo visto che non riesce a staccargli gli occhi di dosso. «Ciao. I miei occhi sono quassù.» Dico.
«Ah, bene. È importante avere delle passioni.» risponde lui. Ho idea che non voglia che mi intrometta nel dialogo muto tra lui e il mio lato B. Oh, ecco il nostro insegnante, credo. Chissà perché mi aspettavo una specie di santone, sapete. Parlando di yoga. E invece sembra un animatore da spiaggia. Carino, ben curato, carino e lampadato. E carino, il che non guasta. Lo guardo ammirata mentre lui mette la sua sacca in un angolo, ci guarda e… caccia un urlo bestiale e disumano.
Cazzo, avverti prima! Mi sento il cuore in gola! Cioè, siamo tutti qui per rilassarci, no? A parte l’uomo che sussurra ai culi, ovviamente.
«Okay, ragazzi, voglio che facciate quello che ho fatto. Urlate! Buttate fuori tutta la negatività che avete. Non vi vergognate, questo è uno spazio protetto, il vostro spazio protetto.»
Mi vergogno un po’ a urlare davanti ad estranei. La tipa accanto a me no: con un grido acutissimo e improvviso mi fa saltare le ultime coronarie rimaste. Dallo spavento caccio anche io un urlo agghiacciante. E così cominciano i cinque minuti più allucinanti della mia vita adulta. Per un attimo mi sento come in ufficio, solo che qui gli urli sono più comprensibili.
«Benissimo, ragazzi. Molto bene. Come vi sentite? Meglio? Okay, adesso passiamo al prossimo esercizio: sdraiatevi a terra.»
Mi sdraio a terra, come tutti gli altri. E come tutti gli altri comincio a dimenarmi, stirando ogni muscolo, come da istruzioni. Non è male, anzi devo dire che è liberatorio.
«Oh, sì.» ansima una donna non lontano da me. Evidentemente sta apprezzando ancora più di me i benefici dell’esercizio. Molto più di me, a giudicare da come continua ad ansimare. Troppo più di me! Okay, ora sta diventando imbarazzante. Basta.
L’esercizio finisce, con mio sollievo. Mi sentivo una comparsa in un film porno.
«E adesso, fate quello che faccio io. Piantate i piedi ben a terra. Ecco, così. E adesso allungatevi in avanti.»
In altre parole, mettetevi a 90, penso io. Non ci sono problemi, faccio l’esercizio, sicuramente mi farà bene. Ma mi assicuro di non avere dietro l’estimatore di terga. Anzi, mi piazzo dietro di lui, e ricambio il favore. Non che offra chissà quale spettacolo… beh, però non è messo nemmeno malaccio.
«E ora, sempre rimanendo in questa posizione, giratevi dall’altra parte!»
Cazzo! Lo sapevo. Ora sono proprio davanti al tizio, e nella posizione migliore per lui.
Sento i suoi occhi frugarmi dentro, e lotto contro la tentazione di girarmi. Okay, non ce la faccio più! Ora mi giro e… lui sta guardando il culo di un’altra! Beh, in effetti non è messa male. E grazie, si vede lontano un chilometro che è latina americana. Cioè, non che mi dispiaccia che l’allupato non mi guardi più, però… ma che si fa così?! Mi illudi e poi molesti un’altra?! Che stron…
«Okay, gente, ora giochiamo un po’ con le palle. Ah ah, tranquilli, intendo quelle palle.» dice l’aguzzino, e indica un mucchio di grosse palle da fitness. Non bastano per tutti, per cui ci divide in due gruppi, e indovina chi è nel primo? Già, io. Ci fa sedere sulle pall… ci fa sedere sui palloni, suona meno imbarazzante, e mette una musica latina, tipo bossa nova. E comincia il Zoe Show! Mi siedo sulla palla e, dopo neanche un secondo, con la grazia di Roberto Bolle vado a battere una culata per terra. Al secondo tentativo slitto sopra la palla e mi ritrovo a terra a pelle di leopardo.
Intanto, poco distante da me, c’è una spocchiosetta che deve aver fatto ginnastica artistica già da quando era nella pancia della madre, e per farlo pesare a tutti si muove sulla palla come se volasse. Giusto per umiliarci definitivamente, si mette a fare la verticale tenendosi con una sola mano sulla palla. E attorno a lei ci siamo noi, la pletora di disagiati che tenta di cadere nella maniera più dignitosa possibile. Finalmente, dopo altri cinque minuti di scene penose e denigranti, riesco a dominare la malefica palla. Riesco pure a stendermici sopra, e allungo le braccia e le gambe come se volassi. La mia gioia è destinata ad accrescere quando di sfuggita vedo la spocchiosetta in difficoltà. Fai, fai la grande: ora ti voglio vedere mentre frani a terra come tutti noi poveri mortali. E vengo accontentata: la spocchiosa perde l’equilibrio e cade. Già, cade addosso ad un disgraziato che, per sorreggerla, urta la sua palla, che finisce addosso ad un simpaticone che, per sbeffeggiare la spocchiosa, si stava inerpicando sulla sua palla. E questo genio a sua volta finisce addosso ad una donna corpulenta e in affanno, la quale precipita a peso morto contro una ragazza e così via: un devastante effetto domino di uomini, donne e palle, che alla fine travolge anche me. Mi ritrovo di nuovo a terra, a pelle di leopardo, e subito dopo sento qualcosa atterrarmi malamente addosso. Mi volto e… cazzo! L’estimatore di culi è franato, guarda caso, proprio sul mio retrobottega.
«Scusami…» borbotta inebriato «È stato un incidente.»
Sì, e io sono Santa Maria Goretti. Purtroppo però non posso smentirlo. Mi rialzo con i nervi a fior di pelle. L’istruttore lampadato prova a riprendere il polso della situazione, invitandoci a riprovare.
“Col cazzo!” penso.
«No, grazie. Lasciamo spazio a chi ancora deve provare.» dico con un falsissimo sorriso di circostanza. Mi metto a sedere di lato mentre i panchinari di prima prendono posto sulle palle. Riparte la bossa nova, e io… io mi appoggio al muro e provo a rilassarmi, la prima volta da quando sono entrata. Non male, sapendo che questo è un corso di rilassamento. Faccio grandi respiri, chiudo gli occhi, mi lascio cullare dalla musica, immagino le onde del mare sulla spiaggia.
«Ciao, prima non ho potuto fare a meno di notarti.» mi sento dire quasi in un orecchio. Apro gli occhi, e mi trovo il guardafondoschiena seduto accanto. Perfetto, anche il marpione. Non ci facciamo mancare nulla. Ora però davvero basta! A tutto c’è un limite! Mi volto e gli dico…
«Gracias.»
Ovviamente non stata io a dirglielo. Glielo ha detto la ragazza accanto a me, la brasiliana di prima. Che brasiliana non è, è argentina, si chiama Catalina, è arrivata in Italia due anni fa per fare la modella, tiene quasi vinte e dois anos, y adora bailar. Che sorpresa. Come so tutto questo? Perché, mentre Catalina e il tizio fanno conversazione, io mi trovo tra loro. E Catalina es muito logorroica. Muito Muito. E siccome parlano a voce bassa, per sentirsi meglio le loro teste si avvicinano e allontanano, si avvicinano e si allontanano. E io nel mezzo. A reggere il moccolo. Ma fate pure, continuate. A me non date fastidio, fate come se non ci fossi. E loro fanno. E continuano a fare. Okay, voglio rimanere calma. Conto. Uno. Due. Tre. Quattro… Ventidue come gli anos de Catalina, Ventitré come i secondi che sono passati da quando ha iniziato a parlare della samba. Ventiqua… Ma che ca…?!
Improvvisamente mi trovo la testa del tipo sul seno! Ma… stai parlando con la brasileira e ti fiondi sulle mie tette?! Brutto maiale ingordo!
«Scusami, non l’ho fatto apposta. Però… atterraggio morbido, ah ah ah.»
Lui ride. Lei ride. Io lo castro. O meglio vorrei castrarlo, ma non posso. Almeno è quello che mi ripeto. Però è vero che non si è fiondato sul mio dirimpetto di proposito: il gruppo che giocava con le palle ha avuto un incidente uguale al nostro, una palla fuori controllo ha fatto un macello, il tipo è stato colpito e… atterraggio sul morbido. Sul mio morbido! Bene, direi che mi sono rilassata abbastanza. Torno a casa e mi faccio un’endovena di camomilla. Da finire in coma. Coma camomillico. Un pretesto pietoso e lascio la sala prove. Ciao Ciao lampadato, ciao Catalina, ciao tipo, ciao stronzi. Un quarto d’ora dopo sono a casa, in maglietta, nel letto. Con la camomilla. Ho tutto, tranne sonno. Cazzo, vorrei solo dormire! E invece resto a guardare il soffitto un’ora, due ore, tre ore…
“Bip Bip. Bip Bip. Biiiip Biiiiiiiiiiip!”
Cazzo, la sveglia! Ma quando mi sono addormentata? Cioè che ore sono? Voglio dire… chi sono, dove andiamo, cosa…? Okay, stiamo calmi. In fondo sono le 7, come sempre. Ho tutto il tempo di prepararmi, vestirmi, sistemarmi e correre nella maniera meno indecorosa possibile a lavoro, perché, ehi, sono solo le 7, giusto? Sbagliato. Oggi cambiava l’ora! Sono le 8! Cazzo, sono in ritardo! Prendo il caffè al volo. Ammazza che schifo. Beh, la prossima volta mi ricordo di accendere il fuoco sotto la moka. Esco. Sbatto la porta. Via per la strada, svolta all’incrocio, muoviti! Ecco ci sono. Beh, io ci sono, ma tutti gli altri no. Poi vedo la locandina di un giornale. Vedo la data. Sabato! Oggi è sabato! Potevo evitarmi questa corsa del…
Cazzo!
Io volevo solo stare calma!

Zoe

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